Un luogo dove storia, architettura e natura si incontrano

Il territorio
Nel cuore del Comune di Campi Salentina, snodandosi lungo la suggestiva dorsale delle Serre di Sant’Elia, si svela un angolo Salentino dal fascino unico. Qui, un’orografia singolare e una natura avvolgente hanno custodito nel tempo silenziose architetture, autentici gioielli di arte e devozione popolare che raccontano la profonda spiritualità di questa terra.
In Puglia e nel Salento, la bellezza è un patrimonio diffuso e vivo: antiche Chiese, cappelle rurali e misteriosi ambienti ipogei affiorano tra gli ulivi come custodi del passato. È un paesaggio incantato in cui storia, fede e natura si fondono in un’armonia perfetta, offrendo ai visitatori scenari di autentica e rara suggestione.
Questa magica località deve il suo nome alla storica chiesa che vi sorge, conosciuta nel tempo anche come “Bagnara”, “Santa Maria de Bagnara” e “Madonna del Latte”. In omaggio a questo prezioso retaggio, nasce il “PARCO RURALE MADONNA DELL’ALTO“: un’oasi in cui la splendida area boscata fa da tessuto connettivo, unendo in un unico abbraccio storia, natura e identità locale.
La storia
Un sintetico inquadramento della storia della Puglia e del Salento è indispensabile per comprendere il contesto storico e culturale nel quale si sono sviluppati gli edifici religiosi medievali, tra cui la chiesa della Madonna dell’Alto e, successivamente, le residenze rurali neoclassiche sorte tra la fine del XVIII e il XIX secolo.
Questa digressione storica consentirà di leggere il Parco non come un insieme di elementi distinti, ma come un unico paesaggio storico nel quale natura, architettura e vicende umane si sono intrecciate nel corso dei secoli.
Apulia et Calabria
Forse per la gradevolezza del clima e la ricchezza del suolo, la “Japigia” (denominazione greca del termine latino “Apulia”), fin dall’antichità, fu meta di etnie preelleniche provenienti dall’antica regione europea dei Balcani (Illiria) che avevano probabili legami con Creta.

Questi popoli, mescolati ad abitanti locali, formarono i primi insediamenti preromani nella penisola salentina, resistendo anche alla colonizzazione greca:
– gli Japigi (Puglia settentrionale – Apulia) divisi in Dauni e Peuceti, civiltà protomessapiche che abitavano grotte e capanne e avevano armi di selci per cacciare (IX-VIII secolo a.C.);
– i Messapi di origine greca (VII-VI secolo a.C.) che misero radici in Puglia meridionale o l’attuale Salento (Calabria) soggiogando i primi. Testimoniano l’epoca messapica i resti di alcune città fortificate come Vereto o Veretum, che fu importante per gli scambi commerciali con la Grecia, o Rudiae, solo per citarne alcune;
– i Sallentini (o Salentini) ai quali le leggende dei secoli scorsi associavano l’odierno nome a Salentia, città cretese, oppure al capitano cretese Salento o forse ancora a Sale, figlio del re di Creta , che, attratto dalla fertilità di queste terre, venne ad abitarci molti anni prima della guerra di Troia (X sec. A.C.).
Dalla romanizzazione dei popoli alle invasioni barbariche
La progressiva romanizzazione, a partire dal III secolo a.C., segnò il declino di queste civiltà. I Romani le inglobarono attuando una vera e propria riforma sui centri messapici, che prevedeva l’integrazione amministrativa, religiosa e politica, tanto da cambiare radicalmente la loro vita. La lingua originale, fortemente grecizzata, fu assorbita dal latino e così, nell’arco di qualche secolo, l’identità messapica fu risucchiata da quella romana, pur lasciando apprezzabili testimonianze della sua cultura passata.
Ma a partire dal IV secolo, l’egemonia romana cominciò a perdere terreno sull’Italia, fino a quello che fu uno degli eventi più significativi della storia, perché sancì il passaggio dall’antichità al Medioevo: il crollo dell’Impero Romano d’Occidente (476 d.C.) ad opera di Odoacre, un capo militare di origine germanica che serviva l’esercito romano. In quella data, egli guidò con successo una rivolta delle truppe germaniche stanziate in Italia contro il generale Oreste, che governava di fatto l’Impero d’Occidente attraverso il giovane figlio, l’imperatore Romolo Augustolo. Così Oreste fu ucciso e Romolo invece fu esiliato.
Il condottiero germanico usurpatore si proclamò Re d’Italia, la quale passò così sotto il controllo di un sovrano barbarico che mantenne gran parte dell’amministrazione romana, collaborando con il Senato e conservando molte strutture statali esistenti, la religione e la lingua.
In realtà, Odoacre rese solo evidente una situazione maturata da tempo perché fu il protagonista dell’ultimo atto di un processo di crisi iniziato molti decenni prima: problemi economici, instabilità politica, guerre civili e pressioni dei popoli germanici avevano già fortemente indebolito l’Impero.
Zenone, che governava l’Impero Romano d’Oriente, riprese il controllo del territorio occidentale tramite il re ostrogoto Teodorico, che organizzò una spedizione per eliminare Odoacre e salire sul trono. Raggiunto l’obiettivo, si stabilì nella penisola nel 493, regnando pacificamente per i successivi trent’anni.
La morte di Teodorico, che avvenne sei anni dopo la costruzione del suo imponente Mausoleo (520 d.C.) a Ravenna (oggi Patrimonio dell’Umanità), costituì l’occasione per recuperare il territorio italiano da parte di Bisanzio, con a capo Giustiniano.

La dominazione longobarda e bizantina
L’Età medioevale, però, non fu solo caratterizzata da lunghi periodi di scontri fra Goti, Bizantini, Longobardi e Normanni, sfruttando militarmente sul territorio italiano le arterie principali dell’Appia, della Traiana e le mulattiere messapiche per compiere gli spostamenti dei combattenti. Fu caratterizzata anche da periodi di peste e carestia che misero in ginocchio il florido meridione dalla metà del VI secolo fino alla metà del VII.
Solo in Italia, la peste bubbonica uccise circa tre milioni di persone; causata probabilmente da invasioni di ratti neri provenienti dall’Africa che arrivarono nel bacino del Mediterraneo attraverso le navi commerciali.
Dopo quel secolo di sventure, la riconquista della Puglia da parte dell’esercito bizantino, impegnato nella lotta anche con Arabi e popolazioni balcaniche, proseguì fino alla morte di Giustiniano, che vide l’arrivo dei Longobardi nel Nord e centro Italia (Ducato di Spoleto) e nella Puglia settentrionale e nord Salento (Ducato di Benevento), lasciando il “tacco” interamente ai Bizantini.
Ai contadini, spettò il compito di proteggere e difendere i loro piccoli possedimenti come meglio potevano, costituendo una vera e propria milizia difensiva. Probabilmente in questo contesto, venne realizzato o istituito il “Limitone dei Greci“, di cui resta, secondo alcuni studiosi, una peculiare testimonianza nella zona di Sava.
Questa linea fortificata, datata tra il VII e il IX secolo, doveva percorrere una distanza di oltre due chilometri con blocchi di pietra calcarea di importanti dimensioni, collocati per un’altezza di circa 3 metri ed una larghezza da 4 ad 8 metri. Si ipotizza che avesse anche torrette di presidio e scale che conducevano alla sommità per rendere più efficiente la difesa contro i Longobardi del VII secolo e contro gli Arabi del IX.
È grazie a questo contesto storico e territoriale che nascono ipotesi, seppure ancora poco avvalorate, secondo le quali alcune chiese/edifici esistenti in quella zona fossero collegate alle mura del Limitone. È il caso della chiesa di S. Maria dell’Alto a Campi, della chiesa di San Pietro di Crepacore a Torre S. Susanna e del Tempietto di Miserino a San Donaci.


Questi edifici risiedono su una linea di confine ideale, la cui presunta esistenza fisica, ipotizzata o “inventata” alla fine dell’Ottocento dallo storiografo salentino Antonio Profilo, vaga ancora tra mito e realtà.
Sulla base di questi dati, alcune rovine murarie dall’aspetto fortificato furono identificate come i resti dell’ormai popolare “Limitone dei Greci” di Profilo e avevano origine da Torre S. Stefano nei pressi di Otranto, proseguivano a nord di Lecce passando nei territori di Mesagne e di Oria per terminare sulle coste del Golfo di Taranto.

Secondo lo storiografo, il “Muro Magno” aveva dimensioni notevoli: si pensa che avesse fino a 7 o 8 metri di larghezza in alcuni tratti, come nella zona di Sava, e raggiungesse 3 o 4 metri di altezza, rappresentando un’intesa di spartizione territoriale raggiunta alla fine della lunga lotta fra Longobardi di Benevento e Bizantini nell’VIII secolo.
In pratica, la lunga linea di demarcazione riguardava le aree di influenza dei due popoli nella Puglia meridionale, assegnando ai primi la parte settentrionale del Salento e ai secondi quella meridionale.
Più tardi, tali rovine convinsero anche lo stimato conterraneo Cosimo De Giorgi che, persuaso di averle individuate tra alcune masserie nei pressi della strada provinciale Oria-Cellino S. Marco, le descrisse come “pietre informi” ormai ridotte a “meschine proporzioni… coperte di erbe selvatiche”.
